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La storia e le origini della Festa dei Gigli di Brusciano

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Le origini della Festa dei Gigli di Brusciano si fanno risalire al miracolo operato a Brusciano da Sant’Antonio di Padova il 13 giugno 1875. In questa data il santo taumaturgo fu artefice della guarigione del figlio, gravemente ammalato, della popolana zi’ Cecca De Falco. Il miracolo avvenne in via Cortaucci, oggi via G. Cavalcanti, dove il giovane ragazzo graziato abitava e dove, oggi, immagini votive ne ricordano l’avvenimento. La donna, molto religiosa e devota a Sant’Antonio, per la guarigione del figlio aveva promesso al santo una testiera d’oro per il Bambinello, che egli reca nel palmo della mano destra. In realtà, dopo la guarigione, la donna non aveva potuto far fronte all’impegno assunto per il suo stato di povertà. Durante la rituale processione del 13 giugno, zi’ Cecca lasciò cadere da una guantiera fiori insieme con sedici ostie, dicendo: “Sant’Antò è fatto sta buono ‘o figliu mio. Nun ‘me dj’ niente nunn’aggia potuto fa ‘a testiera a ‘o Bambiniello. Sulochestoaggia potuto”. Delle sedici ostie che volteggiavano nell’aria, tredici, ad una ad una, si disposero come un cappellino sul capo del Bambinello, volendo appunto significare il gradimento del Santo. I presenti presero a recitar preghiere, gridando al miracolo. La notizia si sparse in un baleno. Fedeli provenienti da ogni dove vollero rendere omaggio alle virtù taumaturgiche del Santo di Padova. Le ostie rimasero attaccate al capo del Bambinello per sei mesi e non fu possibile staccarle. Le autorità dell’epoca, religiose e civili, fecero passare inosservato l’evento e si deve alla loro indolenza se Brusciano non fu provvista di una meravigliosa Basilica. Don Francesco Monda, parroco pro tempore della Chiesa Madre Santa Maria delle Grazie dal 1845 al 1879, scrisse i seguenti versi a testimonianza dell’eccezionale evento: “Che gran prodigio! Che bel portento/Ostie leggere versate al vento/Sul capo fermasi del Dio Bambino/A foggia quasi di un cappellino/Erano sedici le ostie versate/Ma solo tredici si sono fissate/Le altre andarono in preda al vento/Che gran prodigio! Che bel portento”. Da questo avvenimento è scaturita la Festa dei Gigli, che si identificano con il fiore nella mano sinistra del Santo. Gli obelischi, alti 25 metri, con rivestimenti artistici raffiguranti episodi per lo più a sfondo religioso, una volta costruiti, venivano lasciati fermi ai propri posti. Si decise in seguito di rimuoverli con questo sistema: gente, fisicamente dotata, li trascinava per un breve tratto spingendo dalla base, sull’esempio dei gigli di Nola. Tale sistema non “convinceva” i bruscianesi che cominciarono a trasportare i Gigli a spalla, facendo il giro del paese a suon di musica e canzoni occasionali. Fu escogitato un meccanismo, in voga tutt’ora, dell’uso di barre grandi e piccole, le prime lunghe 5.85 metri fisse e le altre laterali lunghe 2 metri, mobili. Tale sistema, introdotto da Massimino Montanile, al quale è attribuita la realizzazione del primo Giglio dei Contadini, rivoluzionò la festa non solo di Brusciano, ma anche di Nola e di Barra. Attualmente le Società continuano nel solco della tradizione e la manifestazione non perde lo smalto della sua importanza nel contesto regionale: questa è l’eredità di bravi “Comandanti” che, per esperienza ed organizzazione, hanno lasciato, e alcuni ancora lo fanno, un buon nome nella storia della Festa: Zi Pascal ‘e Fabrizio (Pasquale Turboli), Innaro ‘e Innarone (Gennaro D’Amato), Compaminico (Domenico Romano), Carluccio ‘o Passariello (Carlo Borromeo), Tore ‘o Puchele (Salvatore Auriemma), Chiuviello (Luigi D’Amore), Innariello (Gennaro D’Amato), Sciurillo (Fiore D’Amato), Ndunino ‘o Ciotolone (Carmine Antonio Guarino), Micciariello (Giuseppe Moccia), Nicola Vallefuoco, Stefano ‘o Pustino (Stefano De Falco), ‘Ndunino o’ Nguaiapadrone (Antonio Castaldo), Angioletto o’ Piscatore (Angelo Mocerino) per la continuazione del compianto ‘Ndunino Spuntone (Antonio Allocca) tragicamente scomparso nel 1986, Pino Sessa, Luigi Vallefuoco, Pasquale Novantesimo (Pasquale Caliendo) e Luigi D’Amato. A tal proposito è bello ricordare le parole dello storico Luigi Tramontano: «Brusciano custodisce la sua Festa perché vive ed opera nel suo culto. Una considerazione è d’uopo fare: mettere da parte in tali manifestazioni interessi particolari ed esibizioni fanatiche e irresponsabili, che lungi dall’esaltare la Festa la svuotano del suo autentico significato. La competizione, pur in un clima particolarmente acceso, dev’essere elevazione morale, conquista civile nello spirito dei valori trascendenti in cui ritrovarsi. Da tanta gioia, da tanta passione, si levi un messaggio che sia di invito alla solidarietà umana, alla comprensione reciproca contro l’odio e la violenza».


Rielaborazione

a cura della Redazione de L’Ambasciatore

sul testo

“Brusciano attraverso i secoli”

di Luigino Tramontano

(ottobre1990)

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