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Chevè: il luogo dell’anima di Pietro Mingione Un divenire che parte dal suo luogo d’origine

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Al civico 200 di via Cucca apre Chevè, originale eremo dell’artista bruscianese Pietro Mingione. Un angolo polifunzionale, curato in maniera massimale, dove sono confluite sinergicamente sculture, artigianato, collezionismo, passando attraverso l’attività di parrucchiere per uomo, prima passione del Mingione. Un laboratorio di idee, immerso in un clima cordiale, con sottofondo jazz, dove ha avuto inizio la nostra chiacchierata.

Come mai la parola Chevè?

«Ho fatto una ricerca dei sinonimi della parola offrire, passando anche per il latino e il greco. Sono arrivato a dirlo in napoletano: Chevè. La cosa più bella è quando un amico mi ha informato che il termine che avevo scelto in creolo haitiano significa capelli: un vero segno del destino».

Perché un negozio del genere?

«Era un sogno riuscire a raccogliere tutte le mie passioni e un posto che mi permetteva di gestirle in modo funzionale e pratico era ciò che cercavo. Proprio per questo è stato studiato tutto in sospensione, perché non fossi condizionato nel viverlo ogni volta in maniera diversa. La filosofia che voglio portare è un ritorno alle origini, all’artigianato, alla manualità, non alle cose in serie, prefabbricate».

A chi ti sei ispirato nella creazione del tuo locale?

«Ho cercato di portare a galla la vita di quando ero ragazzo con l’esistenza e la condivisione di spazi e luoghi comuni. Anche se ho solo trentatré anni, mi sarebbe piaciuto vivere negli anni ‘50-‘60».

Qual’ è la tua massima aspirazione nel tuo territorio?

«Vorrei cercare di smuovere le coscienze delle persone che stanno andando sempre più verso l’omologazione globale. Per questo non sono andato via. Amo la natura e vorrei che non mancasse mai la tradizione».

Quale professionista ha tradotto tecnicamente i tuoi progetti?

«L’architetto Giorgia Buonaura di Brusciano che lavora con Jimmy Devastato».

A quale forma artistica ti senti più ispirato?

«Mi piace il Dadaismo. Mi ispiro all’arte concettuale, che riprende i temi e gli stili dadaisti. Mi attraggono le installazioni decontestualizzate, non il puro estetismo. Una mia prossima realizzazione sarà, infatti, l’installazione di una bicicletta come lampadario».

Quanto tempo fa è partito questo progetto?

«Era da circa tre anni che ci pensavo, ma l’ho realizzato in solo tre mesi. È venuto tutto uguale come volevo io. Ho lavorato personalmente in questo luogo».

Cosa hai ancora in mente?

«Di sera sarà aperto anche come vineria e degustazione, un locale come piattaforma espositiva, uno spazio di tutti per fare arte e vivere di arte».

Pietro Mingione dove si vede tra dieci anni?

«Preferirei vedermi sempre qua, vorrei far crescere il mio paese».

Un tuo augurio per il futuro

«Mi auguro di bissare, l’impegno e la volontà ce la metto tutta».

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